LA FORNACE DELLA CREATIVITÀ

In programmazione

CANOVA:
L’INTIMO SENSO

“Il grande artista debbe pensare a vivere più nel tempo futuro che nel presente.
Guai se cerca di piacer solo all’età sua, e per una strada che non sia la migliore!”
AC




Non esiste, in arte, lungo le tracce del percorso che conduce dall’idea originaria alla realizzazione dell’opera, un momento paragonabile, in quanto a fascino e mistero, a quell’atmosfera aurorale in cui inizia il dialogo tra la visione dell’artista e la materia attraverso la quale la prima intuizione sarà rappresentata e percepita.
In quel clima particolare, nella pausa sospesa che precede il gesto, là dove la forma è ancora incompiuta, si alimenta e si diffonde, allo stato nascente, l’alchimia creativa che animerà l’opera nella sua raggiunta finitezza.
Nel rito di passaggio che cattura la visione originaria, fissandola nella figura conclusa del manufatto, si dipanano, versatili e mutevoli abitanti delle opere non finite, i frammenti di un disegno possibile. L’energia creativa che attraversa gli esiti di questi primi approcci verso la prefigurazione della forma perfetta, esprime nel modo più esplicito la forza intrinseca della ricerca artistica nel suo momento di massima intensità.
Un affascinante scenario di forme imperfette, mutevoli e in movimento anima i luoghi dell’azione.
Gli atelier, gli studi, i teatri, le fabbriche dismesse, le fornaci come depositi di immagini che esprimono la multiforme natura del processo creativo.
Non sfugge, sotto questo profilo, un’evidente analogia con il variegato e fluttuante panorama della ricerca artistica contemporanea in continuo movimento alla ricerca di un’interpretazione plausibile che traduca, con esiti formali espliciti, la complessa realtà del presente.
Esplorare il vasto territorio dell’arte contemporanea con la consapevolezza di una conoscenza inclusiva, attenta e sensibile, sembra essere, sotto questo punto di vista, impresa ben più adeguata della tendenza più esclusiva, che procede verso la formalizzazione dell’opera artistica, intesa nell’algida riproposizione di un presunto ordine ritrovato.
La bellezza del molteplice verso le mutevoli persistenze del classico.
Una nuova inquadratura per catturare l’immagine mossa che sembra sfuggire.
A questo punto, leggere l’opera di Canova sotto questo profilo sembrerebbe piuttosto inadeguato, un azzardo interpretativo con qualche grado d’inattendibilità.
Al contrario, se indirizzassimo la nostra attenzione all’energia creativa dell’incompiuto che alimenta i piccoli bozzetti in terracotta e all’incisività dei primi schizzi alla ricerca dell’impalcatura compositiva dell’opera in divenire, metteremmo in luce un aspetto raramente sottolineato dell’originalità e dell’evidente attualità della ricerca canoviana.
La fusione tra queste due pratiche, fatte su due materiali diversi, che ancora palpita sotto la fredda superficie del marmo, traduce l’intensità del suo messaggio nell’eterogenea sensibilità contemporanea.
Da un lato la materia duttile della creta accoglie il gesto energico e veloce della prima formalizzazione mentre, dall’altro, le tracce delineate dalla grafite o dalla sanguigna traducono, sulla carta, il pentagramma originario su cui si svolgerà l’armonia delle forme nello spazio.
La dedizione di Canova per la danza, vista come espressione volatile del movimento dei corpi, testimoniata dai molti disegni realizzati sul tema, assume, in questo quadro un ruolo particolarmente rilevante.
La ricerca di un equilibrio compositivo che riesca a catturare nella staticità del disegno il ritmo della danza, diventa elemento decisivo per raggiungere, nella scultura, la bellezza eccellente. Se si riflette sulla necessità di far emergere, nelle arti più diverse, le espressioni eloquenti che aiutano a decifrare la mutevole realtà del presente, il senso più profondo della lezione canoviana appare in tutta la sua evidenza.
Cerchiamo di immaginare quella singolare “fabbrica” stesa sugli strati archeologici della Roma imperiale dal Corso a Ripetta, dove il processo creativo delineato prende forma in un luogo che, per la sua particolare natura, assume un ruolo preminente nell’instancabile attività dell’artista.
Cantiere e laboratorio continuo, dove tutto il complesso percorso per la realizzazione delle opere, si svolgeva freneticamente fra lo studio del maestro e quelli dei numerosi allievi, tra la fornace per le terrecotte e gli ampi spazi per il lavoro sui gessi e sui marmi, tra le residenze e gli spazi aperti di servizio.
Una sorta di “Campo Marzio Canoviano” ® affacciato verso Porto di Ripetta, dove si scaricavano i materiali grezzi e da cui le opere finite si dipartivano.
Una sintesi dinamica e sensibile di quella creatività versatile e generosa che, nel passaggio cruciale tra settecento e ottocento, integrava la memoria dell’antico con uno sguardo progressivo sul nuovo orizzonte delle arti.

Franz Prati da un’idea di Fiorenza d’Alessandro